2047

pubblicato in raccolta "Tutti", Pacini Editore 2017

Pensi che a te non succederà mai, che non ti può succedere, che sei l’unica persona al mondo a cui queste cose non succederanno mai e poi, a una a una, cominciano a succedere tutte, esattamente come succedono a tutti gli altri.

La sequenza è sempre la stessa: devi lasciare il lavoro per sopraggiunti limiti di età, lo sapevi da tempo ma rifiutavi di considerarla un’ipotesi reale. Senti ancora in te la forza per muovere il mondo ma il mondo all’improvviso non ha più bisogno delle tue spinte, allora ti siedi, ti lasci andare, smetti di uscire, di parlare, fin di guardarti allo specchio.

Attorno a te c’è qualcuno, una moglie nel tuo caso, che ti spinge a reagire: “Dai, fuori c’è il sole. Esci. Fa qualcosa che ti piace.”

“A me piaceva lavorare,” le dici.

“Non fare discorsi sciocchi, lo sai che è finita,” ribatte lei che lavorerà ancora cinque anni. “Una volta giocavi a tennis e andavi in montagna, fallo ora che hai tempo.”

“Quello era il mio tempo libero.”

“Ora sei libero dal tempo!” ribatte Laura.

“Ora sono senza il tempo da cui liberarmi,” riesci solo a dirle.

Lei fa finta di non aver sentito.

Ciondoli, un po’ in casa, poi nel parco, poi per strada.

Alla fine cedi alle pressioni, sue e di tua madre: “Fatti aiutare, sei solo un po’ confuso. Ci sono dei servizi specializzati che aiutano a affrontare questi momenti. Il marito di Giuseppina era totalmente fuso e lo hanno rimesso in sesto.”

Conosci il marito di Giuseppina: un coglione che parla solo di sport e passa il tempo facendo pisciare un cane orrendo ai giardini. Il fatto che Laura possa paragonarti a lui ti preoccupa ancora di più. 

Due mesi fa hai compiuto quarant’anni, era di venerdì. Quel weekend se ne è andato in feste e bevute, pacche sulle spalle, sorrisi degli amici e anche una abbuffata di sesso con Laura come non ne capitavano da tempo. “Ora avrai un mucchio di tempo a disposizione. Potrai fare quello che ami,” ti aveva detto prima di addormentarsi soddisfatta.

Tu quella notte non hai dormito: sei rimasto con gli occhi puntati in un buio  aperto verso universi da esplorare. Per ore hai lasciato decantare l’adrenalina nel tuo ipotetico futuro. Forse c’era una perdita, forse è evaporata.

Sono stati due mesi via via più cupi che ti hanno portato a oggi.

Pensi a questo mentre attendi il tuo turno, con lo sguardo nel vuoto per evitare quelli degli altri attorno a te. Sulla punta di quella poltroncina tieni l’inutile contegno di chi finge di controllare la situazione ma in fondo ha un disperato bisogno di aiuto. Un monitor davanti a te trasmette video motivazionali di gente che è riuscita a smettere di lavorare: uno lascia a terra un camice bianco per salire in costume su un catamarano, una donna appoggia su un tavolo una ventiquattrore e monta su di un cavallo bianco.

Ti hanno assegnato il numero ‘4’ nell’ordine di servizio. Sei lì in attesa che un esperto ti riveli il segreto per dare un senso alla vita ora che, per legge, hai finito di lavorare. Per sempre.

L’ultima settimana è stata la peggiore, quella in cui tua moglie ha anche provato a lanciare una scintilla nel tuo buio e la parte del corpo che ti ciondola tra le gambe si è rifiutata per la prima volta di fare quello per cui è stata progettata da un creatore più abile di te.

Un paradosso nel tuo caso: la personalizzazione degli organi artificiali era proprio il tuo lavoro. Lo amavi. Da seni e labbra fatti su misura per trapianti plug and play eri da anni approdato alla progettazione di organi non-naturali. Di grande successo sono state le tue mini ali ancorate alle scapole, inutili ma di grande gusto estetico.

Sbuffi, quel tempo è finito.

Passare dal lavoro al reddito di cittadinanza, come tutti gli altri della tua età, ti ha dato lì per lì un momento di euforia. Presto però ti sei sentito svuotato, a rimbalzare nelle sale giochi contro tuoi simili, anche loro ingannati dall’idea che qualche hobby potesse bastare quando invece a quarant’anni il piacere lo vuoi toccare nel lavoro.

È vero, i soldi li hai comunque. Il Reddito di Cittadinanza vale il salario che avevi, puoi spendere, investire, viaggiare. Puoi fin comprare a tua moglie la vasca idromassaggio col monitor sul fondo in grado di riprodurre la barriera corallina.

Quello che ti manca è qualcosa di vero da fare.

Quelli dei servizi di orientamento al non-impego l’hanno definita ‘Disordine da Stress Traumatico da Post-Lavoro’, DSTPL pare si dica. “Il DSTPL è piuttosto diffusa,” ti ha detto l’interfaccia orientativa che smista i casi ai servizi specialistici. “La scelta del far lavorare meno per lavorare tutti decisa per riequilibrare l’impatto della robotica e dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro non trova sempre le medesime reazioni positive.”

“A qualcuno piace?” chiedi stupito.

“Caro signor Repetto, nel 92% dei casi il riposo a quarant’anni è il sogno di una vita! La buona notizia è che abbiamo un protocollo proprio per i casi come il suo e di certo tra qualche settimana starà meglio.”

Avevi solo annuito, non sapevi quale fosse la reazione attesa dall’algoritmo a quella che secondo la sua interfaccia era una buona proposta.

“Lei, signor Repetto, non si deve preoccupare, è in buona compagnia. Semplicemente il suo corpo vive in questo secolo ma la sua mente è rimasta al secolo scorso. Per lei lavorare è quasi sinonimo di felicità: un fraintendimento culturale, forse una eredità genetica… chissà. Si tratta di riallineare le due cose.”

“Sarei obsoleto nel cervello?” ti scappa.

“Non userei quel termine. Piuttosto pensi positivo: in fondo nel Paradiso Terrestre l’uomo non lavorava affatto e Dio lo fece lavorare per punizione! Smettere di lavorare è come tornare al Paradiso.”

“Lei crede in Dio?” ti rivolgi all’interfaccia.

Che non esita: “Signor Repetto, non sono io ad aver bisogno di risposte né di Dio. Perché lo capisca e assuma un atteggiamento positivo mi farebbe piacere partecipasse a un utile gruppo di autoaiuto organizzato dai nostri operatori sociali.”

Sai bene che non sarebbe educato rispondere in modo negativo e, a casa, Laura ti massacrerebbe di rimproveri, “Mi dica quando,” capitoli subito.

L’assistente virtuale ti ha inserito in un programma personalizzato idoneo al tuo profilo che prevede: una dieta ricostituente con il giusto apporto calorico e proteico, alcuni blandi farmaci euforizzanti inibenti gli istinti distruttivi e, soprattutto, un percorso di simulazione lavorativa gestito dalla cooperativa socializzante ‘Il Girasole’ che da anni si fa carico del reinserimento di coloro non ancora in grado di non lavorare.

“Benvenuto signor Repetto.” Nella sede de Il Girasole ti accoglie una ragazza che ha meno di trent’anni, in carne e ossa, bassa e sorridente, “Io sono Selene, posso chiamarti Flavio?”

In fondo non sai come vuoi essere chiamato da una che non ha la minima idea di come ti senti, hai comunque deciso di essere assertivo, “Sicuramente.”

“Bene!” è felice e non capisci perché. “Ho letto la tua scheda: wow! Hai fatto grandi cose.” Non capisci se ti stia prendendo per il culo, sia pagata per scriverti l’epitaffio o abbia un concetto bislacco di sincerità. “Progettavi alette artificiali… gran cosa davvero!” ha lo sguardo diretto e distaccato di chi si è a lungo esercitata allo specchio: ”Per gestire la tua fase di transizione al non lavoro potremmo iniziare con un depotenziamento cognitivo che parta proprio dalla tua confidenza con le cose concrete. Ti propongo alcune ore di laboratorio di Robotica Umana.”

Non hai una opinione in merito e la lasci fare.

Mentre ti accompagna, racconta: “Vedi… Gli ambienti simil-lavorativi sono laboratori virtuali dove occupare il proprio tempo. Il trucco è usarli sempre meno, inframmezzando distrazioni e alternative, fino al tuo distacco dal piacere effimero del lavoro. La maggioranza dei casi come il tuo trova sollievo già con tre sessioni.”

Entrate in una piccola stanza con dei dispositivi su una mensola. Selene continua a spiegarti: “Indossi il casco e ecco che sei in un ufficio, una sala operatoria, su un albero a  raccogliere frutta, su una trivella sottomarina, in una riunione al centesimo piano di un grattacielo nella city di Singapore.”

Suona stimolante anche se non capisci bene perché di dovrebbe piacere far finta di essere in quei posti. Poco dopo sei con un casco leggerissimo, una tuta responsive che trasferisce al sistema di controllo le azioni di ogni tuo muscolo, due guanti in Simultex in grado di memorizzare e riportare tatto e movimenti.

Il visore del casco è ancora trasparente e Selene ha un telecomando in mano, “Ecco… nel simulshow di Robotica Umana potrai costruire il tuo essere umano ideale.” Preme un tasto e il visore proietta sulla tua retina l’esistenza virtuale di un attrezzatissimo laboratorio. “Vedi che bello?”

In effetti la ricostruzione è perfetta.

“Puoi usare il magazzino dei pezzi virtuali che attivi semplicemente guardando verso il basso, sulla X rossa disegnata tra i tuoi piedi. La vedi?”

“Sì,” abbassi la testa e confermi stupito.

“Lì dentro trovi pezzi di corpi pronti, tipo puzzle, e colori per personalizzarli. Hai poi stampanti organiche per fare altri organi a piacere, tessuti similpelle e altro. Chiaro?”

Annuisci.

“Vuoi creare un uomo o una donna?” si incuriosisce.

Vorresti andartene invece. “Non posso decidere durante il gioco?”

“Sì, puoi decidere durante ma – caro Flavio – mettiamo in chiaro che questo non è un gioco ma un sistema esperto che ha già risolto centinaia di casi e devi rispettare altrimenti da questa situazione non ne esci. Non sei un bambino: devi smetterla di giocare e di fare i capricci.”

Quel ‘Caro Fabio’ detto da lei ti ha infastidito come una scossa elettrica.

“Accenda ‘sto coso e se ne vada!” sbotti riesumando il ‘lei’ e lasciandola perplessa. 

Che il Laboratorio di Robotico Umana a cui ti hanno assegnato sia inutile ti è chiaro in pochi minuti. Non ti viene da costruire bellezza e provi a assemblare mostri ma neppure incastrando la gamba destra di un calciatore al tentacolo di una piovra gigante riesci a divertirti, a dare almeno un senso strambo al tempo che passa.

“Riesci a capire che stai prendendo in giro te stesso!” senti forte nell’auricolare. A parlarti non è l’umanoide che stai creando ma Selene. Sei stato sciocco: non avevi messo in conto che lei monitorasse da postazione remota quello che fai.  

“Non posso essere creativo? È proibito dalla procedura?”

“I sensori sul casco dicono che il tuo battito cardiaco e l’attività delle tue sinapsi denunciano l'assenza di empatia col modello di transizione al non lavoro proposto.”

“Sarebbe colpa mia?”

“Di chi allora?”

“Di chi mi ha messo a riposo, ovvio!” sbotti, “Di computer e androidi, di algoritmi e assistenti virtuali!”

“… e degli extraterrestri magari,” sbotta Selene, “Caro Flavio, torna sulla terra. Con queste premesse non ha senso continuare, per lei rimane solo il programma RIREQ di RIeducazione dal REale alla Quiescenza.”

“RIREQ, bel nome… Altrimenti?

“Glielo devo dire io?!” Selene ti è sempre meno simpatica però quel ‘lei’ improvviso la rende umana almeno quanto l'assistente virtuale.

Lo sai bene: l’alternativa è il disinteresse eterno da parte dei servizi sociali, il blocco degli scatti di anzianità al Reddito di Cittadinanza, il crollo del tuo rating reputazionale verso le istituzioni e dunque maggiore difficoltà di accesso ai servizi, al credito, ai migliori posti al cinema come allo stadio.

Ti scuoti, alzi la testa, “Vada per il RIREQ.”

E stavolta, non l’avresti mai detto, finalmente ti senti a tuo agio.

Sono sei giorni che segui il programma di RIREQ. Nello stanzone impolverato gestito dalla cooperativa socializzante ‘Il Giglio Introverso’, subappaltatrice de 'Il Girasole', hai scoperto una predisposizione a lavorare l’argilla.

Impasti, sagomi, sperimenti. Hai iniziato seguendo le indicazioni di tutorial vecchi di una trentina d’anni in cui un artigiano occhialuto modellava le pareti di un vaso ponendo un panetto di argilla su una base rotante e facendo pressione sulla materia con le dita. Hai provato e riprovato, il più delle volte facendo cadere quegli abbozzi di vaso sbilenchi.

Poi uno è venuto benino, poi un altro. Hai poi realizzato una serie di ganci a forma di testa di pappagallo a cui appendere le giacche in casa. Ieri hai terminato un cofanetto dove chiudere il regalo per tua moglie: un sex toy a comando vocale. Avete riso tanto che il vibratore nella confusione nei suoni è andato in tilt e dopo tanto tempo tu ti sei fatto onore in allegria.

Ti piace avere le mani sporche. Non ti divertivi tanto da quando tuo padre ti portava in spiaggia a fare castelli di sabbia.

Con te ci sono poi Manlio e Fiammetta, in RIREQ pure loro. Lui è un ex insegnante di aerobica, lei una ex architetta. Parlate parecchio dei vostri ex impieghi, e un po' del futuro. Anche loro sono partiti da zero e anche loro sono bravi. Manlio fa modellini in legno di case e astronavi. Fiammetta realizza angeli di piume da appendere con sottili fili da pesca.

È tutta roba che, come da Regolamento, non può essere messa in commercio e finisce nel finto negozio del progetto, in aste di beneficienza, se non direttamente in discarica.

Ogni giorno però la quantità di argilla a tua disposizione diminuisce.

“Selene, posso avere ancora un po’ di materiale?” le chiedi quando viene pe ril tutoraggio settimanale..

“No, il protocollo del RIREQ prevede una costante diminuzione della dose, fino al sopravvivere senza.”

Ti metti allora a produrre oggetti sempre più piccoli.

Oggi sei impegnato in bottoni quadrati e bombati.

Ti guardi le mani, sporche e felici.

“Selene, quanti anni di lavoro hai ancora davanti?”

La ragazza si aggiusta i capelli per fare il calcolo, “Dodici, perché?”

“Ti sembrano tanti?”

“Mi sembrano giusti.”

“Quanto ti aspetti di vivere?”

Lei sorride, “Un’ottantina di anni almeno. So dove vuoi arrivare e ti dico che avrò almeno quarant’anni per fare quello che vorrò.”

“Ti auguro di non avere voglia di fare niente: è l'unico modo per sopravvivere.”

Selene ride, scambiandola per una battuta.

“Lo sai,” riprese Flavio Repetto, “ti preferisco quando mi dai del lei: io e te siamo diversi.”

“In cosa?”

“Passato, presente, sogni, dna, sogni, ambizioni,” ti guardi le mani, “tutto.”

“Tu per sopravvivere farai il nulla che vorrai; io mi sporco le mani e dall’argilla genero la vita. La mia.”

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